Analizzare oggi un film del 1968 per capire come si percepiva la vita contadina negli anni del suo abbandono a favore della città.
“Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluk…” questo famoso incipit della canzone di Adriano Celentano “Il ragazzo della via Gluk” pubblicata nel 1966 è importante per comprenderne il “sequel”, stampato su 45 giri 3 anni dopo, nel 1969, intitolato: “La storia di Serafino”.
La canzone “Il ragazzo della via Gluck” termina con la strofa “Perché continuano a costruire le case, e non lasciano l’erba“. La storia di Serafino inizia proprio con queste stesse parole, così da dare continuità a questo racconto incentrato sul ritorno alla campagna e la pericolosità del concetto di città.
Cominciava così, dopo l’inizio appena descritto: “E così la seconda storia che vi voglio raccontare, è quella del pastore Serafino! al mondo antico, chiuso nel suo cuore, la gente del duemila ormai non crede più!”
La gente del 2000! Qualcuno lo aveva percepito già che qualcosa sarebbe cambiato al cambio del secolo.
Il film
Il film “Serafino” uscì nel 1968, anno segnato da importanti rivoluzioni sia nell’ambito culturale che sociologico, ebbe un successo travolgente con 10.529.941 spettatori paganti (ah, quell’uno ero io, a 11 anni, portato dai genitori); incassò la bellezza di oltre tre miliardi di lire.
Si tratta di un film ambientato nella campagna italiana, in particolare in Abruzzo e nelle Marche.
La campagna rappresentata nelle immagini è quella che proprio in quel periodo stava scomparendo, bassi cancelli di legno e recinzioni a rete romboidale, galline fra le case, tutto fisicamente scavalcabile con facilità, ma lo scavalcare era impedito dalla cultura del rispetto e dalla educazione portata dentro fin da piccoli. La figura di Serafino, con la sua ribellione e la sua ingenuità rappresenta la capacità di scavalcare quei limiti; simbolo di un cambiamento ma anche della perdita di valori antichi, metafora dei cambiamenti culturali di quegli anni.

La festa nell’osteria.
Trama (spoiler)
Sui monti dell’Italia centrale nel Comune di Arquata del Tronto, si svolge la vita del giovane Serafino Fiorin, pastore alle dipendenze dell’avaro zio Agenore e della dolce e accogliente anziana zia Gesuina.
Viene esentato dal servizio militare e al ritorno al paese si rende conto di essere attratto della cugina Lidia, figlia dello zio Agenore. Serafino però ha una relazione clandestina con Asmara, una prostituta che cerca di offrire un futuro ai suoi quattro bambini.
La zia Gesuina muore d’infarto e Serafino, che era il suo prediletto, si trova erede di tutti i suoi beni e inizia entusiasta a fare una generosa beneficenza ai suoi amici più poveri; questo fa credere ai parenti che la sua volontà sia quella di voler dilapidare il patrimonio.
Sfruttando biecamente questo comportamento lo zio Agenore fa interdire il nipote, che mantiene però la capacità di contrarre matrimonio.
Questi fatti non turbano Serafino, il quale accetta con piacere di passare una notte nella camera di Lidia. A sua insaputa però, lo aspetta lo zio Agenore che lo costringe ad accettare le nozze con la figlia.
Giunto quasi forzatamente in chiesa per il matrimonio, Serafino dice “sì” molte volte, ma in modo surreale tanto da indurre il celebrante ad annullare le nozze.
Al termine della pellicola sposerà Asmara, la prostituta per necessità, per creare insieme a lei un nuovo tipo di famiglia, adatto al suo spirito indipendente e scanzonato.
Le famiglie alternative non sono un’invenzione moderna, già nei film di mezzo secolo fa Pietro Germi ne parlava con cognizione di causa!
Valore culturale della pellicola
Film di svolta questo “Serafino”, mi ricorda “Il sorpasso”; in quest’ultimo la cultura dell’italiano nullafacente e spocchioso sostituisce e sovrasta l’italiano propenso alla cultura ed all’impegno portandolo fino alla morte; in Serafino si scoprono meccanismi più complessi, la scomparsa della cultura contadina svolta attraverso l’idea dello sviluppo economico e la perdita di valori importanti come la famiglia e la collaborazione.
Nel film Serafino la campagna del tempo viene descritta in modo molto dettagliato, con tutti i riferimenti ad una cultura antica e di consolidate tradizioni, i modi di operare, i dialoghi, gli antichi valori sono descritti con minuziosa scelta di immagini ed inquadrature. Nulla è lasciato all’immaginazione, chi sceneggiava, chi riprendeva, chi recitava, chi curava le scenografie aveva dentro di se il ricordo di una infanzia, anche se solo in parte, trascorsa nelle campagne di quegli anni ’60, con quelle luci, quelle atmosfere che provenivano da decenni prima, quando ancora la campagna era il prodotto dell’esperienza contadina.
Pietro Germi ha colto, in quel periodo di transizione quale è stato il 1968, la modifica radicale di un’Italia che stava profondamente cambiando. Serafino compra, con i soldi dell’eredità, una Ford Crestline Sunliner che curiosamente nelle immagini del film ha il simbolo della Ferrari, forse per sovrapporre il sogno americano al sogno italiano di quel riscatto dalla guerra.
Le riprese fra i monti e le scene nelle osterie, le prime simbolo della solitudine dei pastori che accompagnavano le greggi ai pascoli, le seconde immagine della convivialità e prova della forza della comunità capace di affrontare assieme le avversità, vogliono raccontare il quotidiano di una realtà contadina a stretto contatto con la natura, sia essa bucolica ed isolata sia essa la stessa natura umana.
Contrasti tra Tradizione e Modernità
Serafino è un pastore, sì, ma con un’anima che non sta mai ferma. È figlio della terra, ma non accetta che la terra gli decida la vita. Nel suo modo di camminare scalzo fra le pietre e di infilarsi con naturalezza tra un comando e una trasgressione c’è tutto il contrasto di un’Italia rurale che non sa più se restare fedele alle sue radici o lasciarsi sedurre dalla modernità che avanza.

L’arrivo della macchina americana comprata da Serafino.
La sua ingenuità non è un difetto: è un’arma. Serafino non lotta contro le regole della società contadina… semplicemente le ignora. E in questo gesto apparentemente infantile c’è il manifesto dell’Italia del ’68: un Paese che vuole scavalcare recinti, anche quelli che nessuno aveva mai osato toccare.
Critica sociale
“Serafino” non è solo una commedia. È uno specchio impietoso dei cambiamenti sociali in atto: l’industrializzazione che spinge verso le città, i paesi che si svuotano, i campi abbandonati a metà stagione perché il lavoro in fabbrica paga di più. Dentro questo declino silenzioso, la figura del pastore diventa quasi un relitto romantico. Serafino sembra vivere in una bolla fatta di libertà animalesca e morale personale, mentre attorno a lui la campagna diventa periferia del mondo moderno.
Importanza della famiglia
Nel film la famiglia non è un rifugio, ma un ring. Lo zio Agenore usa il focolare come una trincea da cui esercitare potere, calcolo, controllo economico. La zia Gesuina, al contrario, rappresenta la parte buona della tradizione: accoglienza, protezione, il calore di una casa che scalda più del caminetto.
Serafino rompe questo equilibrio: rifiuta l’autorità, si fa beffe del patrimonio, si innamora (anche troppo facilmente) e trasforma il concetto di famiglia in qualcosa di nuovo, quasi scandaloso. Sceglie Asmara, una prostituta, perché vede in lei una sincerità che non trova nei modi di essere della parentela.
La casa come simbolo
La casa rurale è solida, antica, fatta per resistere ai venti della montagna. Ma nel film è anche una prigione, un luogo in cui si decidono matrimoni combinati e interdizioni legali. Germi ci dice chiaramente: la casa tiene insieme la comunità, ma può anche schiacciarla. Serafino vuole una casa nuova, non per forza in muratura: una casa che somiglia più a un’idea di vita che a un luogo fisico.
L’evoluzione della campagna italiana
Gli anni ’60 sono stati la grande frattura: milioni di italiani lasciano le montagne e le colline per andare a lavorare in città. La campagna non è più il cuore del Paese, ma una periferia malinconica. In “Serafino” si avverte questa transizione: le greggi si muovono lentissime, mentre il mondo attorno corre. La Ford Crestline (con tanto di Cavallino rampante sul cofano!) è il simbolo perfetto dell’epoca: il mito americano infilato dentro un paesaggio che sta diventando museo di sé stesso.
Aspetti sociologici e storici
Il boom economico ha portato frigoriferi, televisori e stipendi stabili, ma ha anche messo in soffitta saperi, dialetti e tradizioni contadine millenarie. Il film, pur nella sua leggerezza, è una testimonianza di questo sradicamento: un’Italia divisa tra progresso e nostalgia, tra modernità e rimorso.
Il fuoco e il focolare
Il fuoco, nel film, non è décor: è un richiamo primordiale. Attorno al fuoco si riunisce la famiglia, si raccontano storie, si decide il destino dei figli. È la continuità del mondo rurale. Ma Serafino si allontana volontariamente da quel focolare, come a dire: non basta sedersi accanto alle braci per avere un posto nel mondo.
Il legame con la terra
Serafino è un animale libero, uno che dorme sull’erba e parla agli alberi come se fossero vecchi amici. La sua identità è incastonata dentro la terra, quella vera, che sporca le mani e tiene in piedi chi la coltiva. Non a caso il film alterna scene intime di pastorizia a momenti di ribellione sociale: la terra tiene Serafino ancorato alla tradizione, ma la vita lo spinge verso un salto più grande.

Serafino sui pascoli assieme ad un suo amico.
Lo stile registico
Germi ha un talento raro: far convivere commedia e denuncia sociale senza far crollare nulla. Usa la macchina da presa come un bisturi: taglia, incide, mostra. Le inquadrature sulla campagna sono quasi documentaristiche; quelle sulle scene familiari, invece, sembrano sempre sul punto di esplodere.
L’interpretazione di Celentano
Celentano è perfetto nel ruolo: selvatico, magnetico, imprevedibile. Non recita Serafino: lo incarna. Il suo corpo è la sceneggiatura. Il suo modo di muoversi tra goffaggine e carisma è il vero motore del film. Senza di lui, Serafino sarebbe stato solo un pastore ribelle; con lui diventa un’icona di libertà anarchica.
La campagna oggi
La campagna italiana di oggi non assomiglia quasi più a quella del film: è fatta di agriturismi, trattori da 200 cavalli e terreni coltivati come aziende. I paesi si svuotano, i campi si inselvatichiscono, e la vita rurale diventa spesso un ricordo da cartolina.
Eppure, paradossalmente, proprio oggi in tanti sognano il ritorno alla campagna. Ma spesso è un ritorno più romantico che reale: si cerca il silenzio, non la fatica; l’orto biologico, non le gelate di marzo; il canto dei galli, non la puzza della stalla. “Serafino”, rivedendolo ora, ci ricorda che la campagna vera era un’altra cosa: dura, poetica, scomoda, ma tremendamente autentica.
Conclusione
“Serafino” resta un film che racconta un’Italia che stava cambiando pelle: lascia la campagna, corre verso il futuro, e nel mezzo perde qualcosa di importante. Pietro Germi, quasi profeta, ci mostra questo passaggio senza urlare, con humor e un pizzico di provocazione.
Riflessione personale
Oggi, riguardandolo, colpisce ancora di più. Forse perché quelle case basse, quei muretti scavalcabili e quei fuochi che crepitano nelle cucine non ci appartengono più. O forse perché, in fondo, tutti abbiamo un po’ di Serafino dentro: la voglia di dire “no” alle imposizioni e “sì” a una vita che ci assomigli davvero.

















