Il nostro Landini 4000c: un trattore salvato.

Il racconto

Eh si, avrei dovuto vederla, era lì, evidente, non mi sarebbe dovuta sfuggire. E invece non l’avevo vista. Idiota.

Quella maledetta notte dell’inverno del 2017, in cui il termometro scese sotto i -8 l’acqua cominciò a ghiacciare. Si l’acqua, il più inusuale elemento presente sulla terra.

È l’unico elemento che si trova in tutti e tre gli stati della materia sulla terra. Liquido, solido, gassoso.

C’è il mare, ci sono i fiumi, i laghi. Ma anche i ghiacciai e le nuvole.

L’acqua. Potente come nessuno.

Ci ha dato la vita, proprio per la sua inusualità.

È l’unico elemento sulla terra che, quando scende sotto lo zero, aumenta il suo volume, e diventa più leggero del suo stato liquido. Questo ha consentito di far galleggiare il ghiaccio sull’acqua, e proteggere gli oceani dal congelamento completo.

E li è nata la vita.

Eccola qui, l’acqua, dentro il motore, lì pronta a circolare e raffreddare la ghisa. Passa per il radiatore, lì si raffredda e torna, fresca, a sottrarre il calore che viene dai cilindri, che con leggera fatica danno potenza ai nostri mezzi.

Ma se la lasci lì, l’acqua, durante una notte che il termometro scende sotto lo zero, di tanto. -8 -si quella notte scese a -8-

Se la lasci lì a fare ciò che vuole, non puoi aspettarti che sia dalla tua parte, si ghiaccia, come sua natura. E si espande di volume, con una forza inimmaginabile, più forte della ghisa.

Qualche giorno dopo quella notte, andai a versare acqua nel radiatore, come facevo sempre prima di accenderlo, e la vidi strabordare dal motore. Il nostro Landini 4000, un trattore che per più di cinquant’anni aveva egregiamente assolto al suo dovere, strabordava acqua come un otre bucherellato.

Fu un attimo, mi resi conto in un istante di quello che era successo.

La ghisa aveva ceduto alla forza dell’acqua, del ghiaccio.

Quella notte l’idrogeno e l’ossigeno si erano ordinati in cristalli, avevano aumentato il volume e si erano espansi. Avevano fatto esplodere silenziosamente la ghisa.

Una netta crepa, lungo il fianco sinistro del motore, come una ferita, come un lungo graffio. Loro, l’idrogeno e l’ossigeno in combutta col gelo, avevano anche deformato la piastra di chiusura del circuito di raffreddamento, sulla testa del motore.

E da lì usciva acqua. Un disastro.

L’avrei dovuta vedere prima, tutto questo non sarebbe successo.

Cosa fare ora?

Non lo sapevo. All’inizio ho pensato che il mio lavoro nei campi sarebbe finito lì, per sempre. Troppa la spesa per sostituire il motore (sempre che avessi avuto la fortuna di trovarne uno), ancora maggiore per comprare un nuovo trattore.

Fine. Fine dello sfalcio dell’erba, dell’irrorazione degli ulivi, del muovere carichi pesanti. Fine. Per una notte a -8.

Poi cominciai a chiedere e a cercare informazioni. Un vicino, un amico, mi indica un’officina di rettifica motori a Ponte San Giovanni, vicino Perugia, 40 chilometri da qui. Fra le righe del suo sguardo leggo che probabilmente non ci sarà nulla da fare.

Testardo come sempre, ci vado a parlare. Incontro il capo officina, Stefano. Dopo poche battute capisco che è la persona giusta. Il suo amore verso i motori ed anche verso quelle vecchie macchine da conservare e difendere mi suscita fiducia. Ben riposta poi scoprirò.

Mi dice: “Portami il motore, poi vediamo che cosa si può fare.”

Smontiamo il motore

Portami il motore! Detto così sembra facile. Ma si tratta di smontarlo, caricarlo su un qualche mezzo e poi portarlo lì. Quasi una tonnellata di ghisa!

Con pazienza e metodo iniziai a smontare il mio trattore. Lo svuoto dall’olio, poi smonto il cofano, poi i cavi elettrici, poi i tubi di rame che portano il gasolio. I tubi dell’acqua, il radiatore, i pesantissimi pezzi di ferro pressofuso che “vestono” il motore. Uno ad uno. Con calma, bullone per bullone, divisi in buste dove scrivevo: “bulloni del radiatore”, “fascette dei tubi”, “bulloni della frizione”. Disegnando la configurazione dello smontaggio pezzo per pezzo, numerandoli.

Chiesi in prestito una piccola gru da officina, di quelle che servono a sostenere i motori, ed alla fine riuscii a staccalo, il motore. Non fu facile, ma ce l’avevo fatta!

Con l’aiuto del proprietario della piccola gru e del vicino, riuscii a caricare il motore sulla mia vecchia Kangoo.

Con la vecchia auto rossa, compagna di tanti traslochi, partii verso l’officina.

Feci il viaggio lentamente, i parafanghi posteriori erano scesi come palpebre stanche sulle ruote. Forse stavo chiedendo troppo alla mia Kangoo, cercai di trattarla il meglio possibile: velocità costante e contenuta, niente strappi al motore, buche evitate con cura.

Arrivai in officina a metà mattinata, Stefano mi aspettava. Gru, muletto, un po’ di manovre ed il tricilindrico Perkins si trovava disteso su una pedana in legno, fra suoi simili.

Era l’inizio dell’estate.

“Non hai fretta, vero?”

“No, no.” Dico io, “Perché?”

“È un lavoro complicato, la crepa è dietro la pompa del gasolio. Va smontata e liberato tutto il lato del motore dove devo fare la saldatura, e la ghisa non è semplice da saldare. Lo farò nei ritagli di tempo.”

“Prenditi tutto il tempo che serve, ma cerca di ridarmelo che funziona!”

Stefano mi disse che in tutta onestà non poteva garantirmi la buona riuscita del lavoro, solo alla fine avremmo conosciuto l’esito.

L’attesa durò fino a settembre. Mi chiamò un giovedì mi sembra. Venerdì mattina ero sulla Kangoo in direzione Ponte San Giovanni.

Il motore torna a casa

Ripreso, finalmente!

Muletto, gru e manovre in sequenza inversa e la quasi tonnellata di ghisa era di nuovo sul pianale della mia macchina. Parafanghi/palpebre di nuovo calati e pian piano ho riportato il motore a casa.

Ora si trattava di rimontare il tutto, riempire di nuovo il circuito dell’acqua e verificare se la saldatura teneva veramente.

Ancora avevo la piccola gru che mi era stata prestata. Appena tornato, scarico il motore per alleggerire gli ammortizzatori della povera macchina.

Lo appoggio su delle assi di legno e lo copro con un grosso telo di plastica. Due giorni dopo avrei avuto una giornata libera, e mi sarei dedicato completamente al rimontaggio.

Il giorno dopo sarei dovuto andare al lavoro nel pomeriggio così, di buon mattino, inizio a predisporre attrezzi e quanto necessario.

Verso le otto squilla il telefono. Era il proprietario della piccola gru, nel pomeriggio gli sarebbe servita per un lavoro! Beh, l’avevo ormai da qualche mese, era stato generosissimo, non potevo dirgli di aspettare ancora.

“Non c’è problema. Un unica cosa. Se puoi passare nella tarda mattinata, ho ritirato il motore del Landini ieri e lo devo almeno fissare al trattore.”

“Va benissimo, passo verso mezzogiorno.”

“Grazie.”

“A dopo.”

Fissare il motore al trattore voleva dire: avvicinare con precisione la gru a mano al trattore, tenere il braccio della gru all’altezza esatta, mantenere la quasi tonnellata di ghisa sospesa, accostarla al punto di far entrare il lungo perno conico che esce dal blocco del cambio con una precisione più che millimetrica nel foro corrispondente, al centro del disco della frizione che si trova sul motore.

Bella faticata! :-)

Bella faticata! 🙂

Un giochino da niente! Ed ero da solo! E non l’avevo mai fatto!

Il trattore era fermo sui suoi cingoli sopra del brecciolino ed era impossibile spostare la piccola gru con il motore che gli pesava su quella scabra superficie.

Posizionai delle palanche fin sotto al trattore, con non poca fatica feci salire i rulli della gru su questi binari improvvisati. Iniziai ad avvicinare il motore verso il suo alloggiamento, provando più volte. Per l’altezza non c’era problema, il pistone idraulico mi permetteva un’ottima regolazione, ma quanto potevo essere preciso nell’avvicinamento? Il foro si trovava sempre o poco più a destra o poco più a sinistra del necessario. Non c’era verso!

S’erano già fatte quasi le undici.

Provai allora a far oscillare il motore, appeso a dei giri di corda. Dovendo spingere con una mano la gru e con l’altra imprimere l’oscillazione, la posizione mi impediva di vedere il perno del cambio ed il foro della frizione, così, alla cieca ho provato e riprovato, a lungo, non ricordo quanto a lungo!

All’improvviso: clac! Come un filo di cotone che centra la cruna dell’ago, il perno conico entra nel suo alloggiamento.

Ce l’avevo fatta!

Lo faccio avanzare fino in fondo, posiziono i 12 bulloni che serrano il motore al resto del trattore, faccio scendere il pistone idraulico, tolgo l’imbracatura al motore, faccio indietreggiare la gru. Il motore era al suo posto!

S’era fatto mezzogiorno! Arriva il meccanico proprietario della gru, insieme al vicino, suo amico.

“Ciao.”

“Ciao, come va?”

“Bene.”

“Siamo venuti tutti e due, così ti diamo una mano a rimontare il motore…”

Naaaaaa!

“L’ho già rimontato, la gru è libera.”

“Come lo hai già rimontato? Da solo? È impossibile!”

Solo allora capii il senso di quello che ero riuscito a fare. Incassai, con piacere, i complimenti dei due e li aiutai a caricare la piccola gru sul pickup.

Di nuovo da solo, mi preparai per andare al lavoro, pensando a tutti gli altri passaggi necessari a rimettere in moto il trattore.

Era solo l’inizio

Bisognava sistemare anche la piastra metallica che chiudeva il circuito di raffreddamento. Si era deformata ed usciva acqua anche da lì.

Svitati i sei bulloni, ho poggiato la piastra su un piano solido di metallo e con una mazzetta da un chilo e mezzo ho battuto, cercando di riportarla alla sua forma originale. C’era da rifare la guarnizione in cartone ed aiutare la tenuta con del silicone specifico, che reggesse la temperatura.

Matita, taglierino di precisione, cura e pazienza. Insomma un esercizio Zen!

La piastra del motore del Landini 4000

La piastra deformata è tornata al suo posto

Con i bulloni ben stretti ero certo che da lì l’acqua non sarebbe più uscita.

Il  motore era finalmente al suo posto e ben sigillato, ora dovevo “rivestirlo”. Iniziai dal motorino di avviamento, lo avevo già smontato e rimontato in precedenza, ma ogni volta riesce a stupirmi, è piccolo e pesa come un’incudine! Non è complicato, il difficile è tenere i due fori dei grossi bulloni di tenuta ben allineati per far entrare dritta la filettatura, per il resto è molto semplice: si collegano i morsetti dell’alimentazione e il filo del quadro per farlo partire.

Il motorino di avviamento

Il piccolo e pesantissimo motorino d’avviamento

Poi montai la dinamo con la sua cinghia che prende il movimento dalla puleggia sulla pompa dell’acqua. Quest’ultima, per fortuna non era stato necessario smontarla.

La dinamo

La dinamo al suo posto!

Bene, cominciava a riprendere il suo assetto e aspetto originale.

La pompa del gasolio

Su questa avevo sentito consigli e suggerimenti che mi preoccupavano non poco.

“Dovrai rifare la sincronizzazione.”

“Una volta smontata è complicatissimo rimontarla.”

“Eh, quella si che è un problema!”

L’avevano smontata in officina, e me la avevano ridata smembrata in una scatola di cartone, a parte. Me la consegnarono come gli imbalsamatori delle mummie egizie consegnavano i vasi canopi contenenti gli organi interni del defunto agli addetti alla sepoltura.

Nel vaso, ehm, nella scatola, c’erano: il blocco pompa; tre tubicini in rame di tre fogge diverse; bulloni sparsi. Ogni volta che mi cadevano gli occhi sul contenuto della scatola mi sembrava di vedere un libro di fisica quantistica aperto ad una pagina a caso…

La pompa del gasolio del Landini 4000

La pompa del gasolio rimontata alla perfezione!

Per poterla rimettere al suo posto bisognava smontare l’ingranaggio principale che prendeva il movimento dal volano del motore. Fissarla poi al suo supporto e riposizionare l’ingranaggio esattamente come prima. Una specie di cubo di Rubik della meccanica.

Non potevo più evitarla, doveva essere montata. Preparandola per il montaggio ho pulito a fondo con la nafta tutti gli ingranaggi, scopro così delle tacche incise, che sicuramente hanno a che fare con la famosa sincronizzazione. Riprendo il vecchio manuale di istruzioni del trattore  che qualche anno fa avevo scaricato dal sito della Landini. (Lo puoi scaricare in formato PDF in fondo all’articolo)

Trovo le immagini degli ingranaggi e del posizionamento per la sincronizzazione! Eureka!

Monto il blocco della pompa, i tre tubicini in rame che per fortuna avevano il posizionamento obbligato, era impossibile scambiarli; il primo ed il secondo ingranaggio, la guarnizione in cartone rifatta a mano e finalmente il coperchio di chiusura del vano ingranaggi.

Sul fondo della scatola erano rimaste quattro piccole viti, di metallo nero, con la testa tornita di fattura perfetta. Non erano viti generiche ma sicuramente destinate a serrare qualche meccanismo ben preciso.

Sfoglio il manuale. Nel disegno era chiarissima la presenza delle viti sul PRIMO ingranaggio montato! Cerco di non perdermi d’animo…

Rismontato tutto, posizionate le quattro viti, rimontato tutto.

Ero contento di averci messo poco tempo, la terza volta l’avrei potuto fare ad occhi bendati!

Il radiatore, quel maledetto radiatore!

Bene, ora era rimasto solo da montare gli elementi accessori: carter della coppa dell’olio, supporto del radiatore, pompa del sollevatore idraulico, radiatore, ed infine connettere tutti i tubi (gasolio e acqua) ed i cavi elettrici.

Tutto molto semplice, a parte il supporto del radiatore che è un blocco unico di ferro che pesa quanto due sacchetti di cemento!

Ho impilato un po’ di parallelepipedi di legno così da costruire un appoggio per il pesante supporto, una volta fissato ho posizionato la pompa del sollevatore idraulico. Veder muovere i meccanismi interni, nuovi e lucidi come appena torniti, in un meccanismo di quasi sessant’anni fa, mi conferma le idee che avevo sulla qualità dei prodotti meccanici di quel tempo!

Ora era il momento del radiatore. Averlo li, smontato, bene, ho approfittato per pulirlo a fondo. L’ho soffiato con il compressore, tolta con una spazzola di ferro tutta la vernice che sfaldava. Sotto lo strato di sporcizia spunta una bellissima farfallina d’ottone, di elegante fattura. Cos’era? Gira, si apre e si chiude. Ma si! L’uscita dell’acqua! Messa li, in basso, per scaricare l’impianto di raffreddamento, per togliere l’acqua da dentro i meandri del motore!

L’avrei dovuta vedere! Avrei dovuto vederla prima!

Se avessi saputo della sua esistenza avrei potuto liberare il motore dall’acqua! Ad ogni inizio di inverno, quando mettevo il trattore nella rimessa, avrei potuto scaricare tutta l’acqua. E avrei potuto non lasciarla li, libera di ghiacciarsi, di dilatarsi lentamente, inesorabilmente, a trovar spazio fra le solide pareti di ghisa. A forzare le molecole del blocco motore fino a farle cedere, con quella piccola, sottile, infame crepa.

Una semplice farfallina di ottone, non descritta nel manuale.

La farfallina di scarico

La farfallina di scarico

Conoscere i dettagli, anche minori, delle cose a volte può far la differenza. Mi sarei risparmiato tutto questo lavoro e soprattutto avrei avuto il mezzo disponibile.

Comunque è andata. Tanta esperienza, mettiamola così!

È quasi pronto!

Tutti gli elementi principali erano rimontati, anche ben puliti e con le guarnizioni rinnovate. L’aspetto generale era ottimo, sembrava anche più nuovo di prima.

Olio al livello, impianto dell’acqua riempito (e non perdeva una goccia! Stefano: ottimo lavoro!)

Tutti i cavi elettrici avevano un punto di connessione ben chiaro, non fu difficile far trovare ad ognuno il suo posto.

I tubi dell’acqua erano ben stretti dalle loro fascette metalliche e l’alimentazione del gasolio perfettamente collegata.

Non rimaneva che rimontare la batteria e tentare la messa in moto.

Riposizionata la batteria, ben ricaricata per l’occasione. Giro la chiavetta di accensione del quadro…

Niente!

La grossa luce rossa, presente sul cruscotto, che avrebbe dovuto accendersi: spenta. Come se la batteria neppure esistesse!

Ricontrollo tutti i collegamenti, anche con un tester. Tutto a posto. Sul manuale trovo lo schema elettrico: corrisponde tutto. Nessun errore apparente.

Dopo qualche giorno di prove decido di chiamare un professionista. Ci diamo appuntamento, lo vado a prendere. Lui guarda il trattore, fa più o meno i controlli che avevo fatto io. Va verso il suo furgone, prende una bomboletta spray, sistema il tubicino rosso sulla capsula gialla come un killer avvita il silenziatore sulla sua Beretta e va, deciso, verso il cruscotto.

Infila il tubicino nella fessura di ingresso della chiave, dà un paio di spruzzate, infila la chiave, gira, blink! La grossa luce rossa si accende!

Cioè: avevo smontato il motore da solo, da solo lo avevo rimontato, ero riuscito a sincronizzare la pompa del gasolio, ricollegati tutti i tubi, sensori, cavi e quant’altro e… e non mi è venuto in mente di usare uno spray pulisci contatti!?!

Vabbé, da totale inesperto quale ero mi considero comunque soddisfatto.

Ora funzionava tutto, in teoria. Ora dovevo solo salire su e tirare il pomello dell’accensione. Il lavoro di un anno, fatto nei ritagli di tempo, adesso era tutto concentrato lì, in quella prima messa in moto.

È partito subito! Più rapidamente di quanto non facesse prima del guaio.  Il breve filmato qua sotto è il documento che comprova la buona riuscita di tanto impegno, ed anche la mia personale felicità!

Si ricomincia con lo sfalcio dell’erba!

Come si dice in questi casi: tutto è bene ciò che finisce bene!


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